CERETTA
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In morte di Angelo Quattrocchi (Daniele Priore)
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Favola gay: CERETTA
In morte di Angelo Quattrocchi
(Daniele Priore)
Cari Amici;
La notizia della morte di Angelo Quattrocchi mi ha lasciato addosso una sconvolgente sorpresa intrisa ormai nella coscienza dell'inevitabilità. Sentimento che ho cominciato a sperimentare negli ultimi due dei miei ventisette anni.
C'è un mondo che se ne sta andando, ho pensato con un animo grave e gravemente rassegnato all'inevitabile.
Dopo Massimo Consoli, Angelo. Nel mezzo la grande Tatafiore. Tutti, ahimé, senza essere sostituiti in genio,coraggio, libertà di spirito, resistenza a ogni regola in quanto tale. Quelle doti, che per qualcuno sono difetti, e a noi piace tanto chiamare "libertarismo".
Angelo Quattrocchi, sì, l'avevo conosciuto grazie a Massimo.
In uno dei suoi mitici compleanni al Mieli che, credo, per molti erano divenuti un vero momento di respiro collettivo e, al tempo stesso, una presa di coscienza. Dove ognuno sapeva che si poteva incontrare gente di tutti i tipi. Dove, grazie a PapaMax e alla sua impareggiabile, lungimirante e contagiosa umanità, molti di questi spiriti, quelli come Angelo, sapevano capire al tempo stesso che il Sessantotto c'era ancora ma che al tempo stesso era finito.
Così ci stringemmo la mano. E lui, con un sorriso, mi regalò "Tette e Pistole" di Massimo Mongai pubblicato, ovviamente, da Malatempora.
Un'altra volta ci salutammo cordialmente, e credo sia stata l'ultima volta che l'ho visto, a Villa Gordiani in occasione della rassegna "Io Leggo", mi sa addirittura di tre anni fa.
Angelo era in forma e si divertì a raccontarmi tutto il libro su Ratzinger. Che io avevo già spulciato sorprendendomi non poco per il coraggio.
Ricordo che con un po' di amarezza gli dissi:"E' un testo fantastico, realistico, ironico e al tempo stesso coraggioso. Vedrai che nessuno farà niente. Nemmeno la Chiesa che continua a contare sull'omertà di tutti...".
Fu così. E rieccolo il cinismo, tutto appiccicato addosso alla mia generazione e a quelli come me che pure appassionati al libertarismo come dimensione dello spirito, politicamente non rifiutano, anzi, sposano le conclusioni del Liberalismo.
Forse è quello che di più separa le persone come me da quelle come Angelo, come Massimo e come Roberta.
Figli di epoche e storie diverse.
L'unica fortuna è che il tempo e i fatti che si vanno disegnando attorno ad esso non ci impediscono, laddove l'intelligenza sa guardare oltre il muro di una generazione e di qualsiasi idea, di volerci bene e ricordarci per i giorni nei quali al coraggio e al confronto franco sono corrisposti sorrisi e strette di mano sincere. Come quelle che credo di aver scambiato con Angelo Quattrocchi.
Daniele Priori
http://fondazionemassimoconsoli.com/mailman/listinfo/lista_fondazionemassimoconsoli.com
Favola gay: CERETTA
Invece di pensare
a cose inutili
è certamente meglio
bere una tazza
di sakè grezzo.
Se in questo mondo
vivrò lieto
poco mi importerà di diventare
nelle vite future
un insetto o un uccello.
Poiché è certo
che essendo nati,
dovremo morire,
cerchiamo di esser lieti
finché resteremo al mondo!
Otomo No Tabito (665-731) Manyoshu
CERETTA
Lo aveva detto proprio così, Milka, la cantante lesbica del No,bar, lo aveva detto in modo convinto ed ispirato, come quando si parla con un'amica della spesa o delle faccende domestiche. Lo aveva detto cantando, ovviamente, trattenuta in quel momento dal sound prodotto dalle sue dita esperte che si muovevano abili sulla tastiera e sulle corde di una chitarra tradizionale. Lo aveva detto Milka e questo era quanto tutti sapevano appena giunsero nel posto indicato e ci trovarono appunto il grande sabba degli spiriti eterni.
Milka non era molto onesta, quando finiva di cantare, e si inventava ogni sorta di scuse per accrescere la sua fama di veggente lesbica ed aumentare le fan della sua schiera. La sua "Setta delle Sete", così la chiamava, mentre indossava i kimono di scena, e si preparava al momento della trance artistica, agitando le sue braccia velocemente nell'aria. Diceva spesso di sognare musica, parole e scene durante le sue notti di passione, ma, come tutti sanno e capivano, vedendola poco prima di salire sul palco, era lei stessa spaventata, più di ogni altro, per la novità e lo stress di inventare su antiche melodie e nuovi suoni, ogni volta, parole mistiche, rime e soggetti completamente diversi. Eppure, se entrava nella trance e lasciava le mani scorrere veloci e serene sui tasti e sulle corde, allora e solo allora, le parole medesime e non le immagini ad esse connesse, di cui comunque perdeva ogni memoria, vincevano gli ostacoli del tempo e dello spazio e si divertivano a comparire nel nostro mondo realizzando vaticini e profezie miracolose.
Ecco come lavorava Milka e noi, conoscendola bene, ci guardammo dal portarla con noi, giacché avrebbe rovinata la sorpresa e l'avventura insita nel fatto stesso di essere oramai tutti presenti al grande sabba degli spiriti eterni.
Milka dalle gote rosa, dalle mani veloci, tatuate su ogni palmo, dallo sguardo perso per ogni donna di colore, dalla voce calda ed acuta come tante altre, dall'incontenibile sensualità delle sue quattro braccia con cui, appunto, suonava o che solo lasciava roteare nell'aria, libere, completamente.
Milka era nata con quel dono della predizione canora, lo sapevano fin da quando, bambina, aveva iniziato a narrare di eventi lontani e perduti nella memoria dei vivi, oppure a raccontare, da giovane, le vicende degli spiriti eterni e di quanti, mortali, lei non aveva nemmeno avuto il tempo di conoscere i nomi.
In ogni caso era stata lei, da sempre, a divertire la nostra piccola comunità e ad aiutarci a superare gli ostacoli di questo e di quell'altro mondo. Eppure, questa volta, non potevamo più affidarci a lei, proprio perché ci aveva aiutato ad aprire le porte tra i due mondi, rivelandoci il luogo e l'ora esatta in cui si sarebbero incontrati gli spiriti eterni. Il resto sarebbe stata solo la nostra grande avventura alla ricerca di un rimedio, l'unico possibile ai grandi mali di cui, proprio lei, la nostra Milka era gravemente affetta.
Come dice il maestro è opera dell'uomo cambiare il proprio passo.
Donna umile di origini, semplice nel vestire, saggia per compassione dell'altrui ignoranza, si nascondeva opportunamente dietro una maschera di umiltà, citando solo a volte pensieri profondi, di cui non si appropriava mai oltre il dovuto, offrendoli ai presenti come un ricordo lontano, un simbolo appreso da una terza persona, il maestro, e che però nessuno aveva mai ancora davvero incontrato.
Cin-Ziàh era nata per errore in un campo sterminato di grano e se era sopravvissuta oltre il quinto anno, lo doveva al maestro a cui si ispirava orgogliosamente già da tempo tutta la sua famiglia. I tempi erano cambiati da quando, piccina, poteva correre allegramente per il mondo; il suo piccolo centro di campagna era ormai diventato un'industria dove enormi macchine senza vita incendiavano e bruciavano tutto quello che gli uomini rifiutavano.
Cin-Ziàh era giovane quando conobbe il maestro e grazie a lui aveva scoperto qualcosa oltre il muro spesso del cemento, qualcosa di diverso e di antico, come i lecceti infiniti di Koirea, le lande sterminate di Birosissia, i profondi marini di Moldivia, da cui si allontanava ogni volta con la stessa disperata malinconia, raggiante solo di videogrammi sonici da condividere con i parenti meno abbienti.
Era destino, diremmo noi moderni, che dagli studi perversi e continui, dalle miserie dei libri e dei faldoni, emergesse una cultura prevalentemente astratta e matematica, che non oseremmo chiamare completa, ma che era pure tanto grande da non poter essere diversa.
I campi di grano erano ormai lontani, ma come il vento si alzava, pure il suono lieve delle spighe arrivava alle orecchie di Cin-Ziàh come una nostalgia impura, che subito era suddivisa e immagazzinata numerando, misteriosamente, con esattezza livida e chiara, ogni possibilità, quasi contabile, del numero preciso dei fusi sventolati.
Il cuore di Cin-Ziàh era stato tradito, ma almeno per questo sembrava esserci un cuore, anche se era ormai tardo a capire. Questo cuore pulsava ineluttabile, ma solo la noia del presente ed i viaggi con il maestro la distraevano dal suo dolore solitario.
______________________________________________III
Era stata una lunga giornata di viaggio ed era appena cominciata. Era stata una giornata di parole scritte e di parole dette, parole forse magiche, per aprire porte e cancelli invisibili tra il qui e l'altrove, tra il mondo e l'altro mondo, dove non ci sarebbe stata nessuna possibilità di vita moderna, ma dove le anime, invece, erano completamente libere di esistere.
Il cammino era stato solare, nonostante la preannunciata pioggia e d'improvviso la luce scoprendo cime e cupole, alberi e tettoie aveva lasciato comunque l'ansia ai viaggiatori, vista la grande quantità di foschia, che cancellava ogni orizzonte e confondeva il cielo con gli edifici stessi o le lontane pianure.
Il calore avanzava, lentamente, verso livelli di una limpida estate, ma la voce della gente sudava di rabbia e disperazione, a differenza degli anni passati, nonostante gli auspici del gran faraone, seppure negli anni comunque nulla aveva ancora lasciato pensare il contrario.
Il dramma di Milka portava con sé ogni altro male, il suo dolore grazie al seguito enorme che aveva, grazie alle adepte, insomma, della Setta delle Sete, tutte appartenenti alla famiglia delle Ziàh, era enorme. Come i suoi vaticini erranti e le sue movenze infinite, mentre cantava e suonava cembalo e liuto, così il mondo nel suo fluire e muoversi senza fine, con i suoi drammi ed i suoi problemi, era diventato solo una metafora del possibile.
Lei stessa, durante le sue esibizioni, aveva urlato il suo dolore, lei stessa si era umiliata come ogni storpio, disoccupato o minorato, mostrando le sue piaghe di cui non conosceva la cura. Ecco perché siamo giunti al Bègghin, ecco perché abbiamo lasciato la valle sicura della nostra vita e, senza alcuna guida diversa da noi stessi, abbiamo cominciato il viaggio nel mondo degli spiriti.
Bègghin è enorme. Non ho mai visto nulla di così impressionante con tante anime, spiriti e viatici, che danzano e passano in ogni direzione. Non eravamo di fronte ad un evento raro e sporadico, come la narrazione di un fantasma disperato e solingo, ma era il sommarsi di un tale grande insieme ad impressionarci veramente.
Sotto una pietra stanca un uomo rotolava, le braccia e le gambe aperte, dentro una sfera opaca, e al suo passo, ritornava indietro creando cerchi o quadrati finiti.
Un vecchio saggio in abiti di scena danzava rituale guardando senza pena un arco o una porta di colore nero.
Lo spazio ampio circondato da una pianura sovrannaturale limitava un edificio unico, davvero incredibile per la sua forma ovoidale che ricordava, anche per i colori, lo spicchio di un agrume maturo e solido, tirato da colonne diagonali altissime, che non coprivano né l'orizzonte né il cielo, che sarebbe entrato ovunque con qualsiasi tempo.
Ci prese un Genko e volammo per qualche secondo sopra quella terra dai tetti azzurri come il cielo, piatti come piscine, di tutte le forme e squadrati. Volammo il tempo necessario e poi tornammo all'inizio di tutto, là dove si incontrano le persone migliori, i loro spiriti, che vagavano ordinate per ore infinite e monotone, e poi, seguendo i gesti di un'aringa nasuta, volavano a gruppi sbandierando senza senso.
Dice il maestro (detto Iemoto) che ogni notte passata è troppo breve quando comincia l'alba.
Il mondo di Po era incredibile e forse non possiamo descriverlo se non per difetto. Non solo è un luogo magico pensato per esseri sovrannaturali, ma è anche qualcosa di meraviglioso, dove i desideri si realizzano, se confortati da intenzioni adeguate, ancorchè non sempre sane come la nostra tradizione pretende. Il filo conduttore di tutto questo era il movimento, le altalene di giraffe nel cielo bilanciavano le fughe di anime e spiritelli che ordinatamente in fila entravano o uscivano da fori e mutazioni in cui sparivano forse per comparire altrove, molto lontano. Lo spazio era intorno matematico nonostante la magia del momento delizioso degli uomini piedi o uomini testa, a seconda se si considerava l'enorme corpo a forma di testa o i piedi meno grandi, ma comunque sproporzionati, che sostenevano il volto immenso e generalmente nasuto del proprietario. Giganti di pietra e rocce di cristallo si allungavano infiniti proiettando luci multicolori nel buio della notte, che sembrava eterna. Ogni busto testa discettava evidentemente e consapevolmente di filosofia, ma in modo assolutamente comico e sereno, mentre la guida giraffa, che orchestrava le dondolanti figure dal lungo collo, era presa insomma da una musica interna fatta di movimenti legati al ritmo delle luci spastiche. Streghe ossute, dalle gambe valghe, ondeggiavano su trampoli, coloratissime e orgogliose delle loro capigliature eccessive o dei loro abiti malconci, soffrivano la vista delle loro simili e cercavano adescamenti o complici per chissà quali malevoli piani. Alcune anime femminili erano invece meravigliosamente eteree, precedute da lunghe pettinature lisce, seppure condannate ad indossare abbiette divise monotone e banali. La maggior parte di loro soffriva la vista dei tronfi uomini piede, ma tutte urlavano e sgambettavano allegramente in piccoli gruppi, come tra amiche.
Il blu dei nostri jeans volgari ci confondeva amabilmente come fossimo parte anche noi dello stesso sistema di valori e solo pochi osavano ammirarci languidamente o proporci in lingue sconosciute giochi proibiti che noi non abbiamo inseguito.
La notte infinita ci dissolse in questo mare di anime e castelli e a gruppi piccoli ci ritrovammo a sudare penando una meta, finchè nel sonno non trovammo una pietra.
Era una pietra nordica dal naso lungo ma non tanto affilato, lunghi occhi orientali mascherati dietro enormi occhiali da miope, quasi una maschera di una maschera truccata di nero, ma con linee grasse e spezzate troppo presto.
Una pietra che ovviamente parlava, ed anche troppo, come molti esseri magici, quasi inanimati, ma dotati comunque di vita, ancorché fuori della vita in quanto oggetti casuali o vegetali, che dir si voglia. La pietra ci indicava qualcosa con la sua forma pensierosa ed astratta, qualche antico rituale pagano o forse, semplicemente il suo esistere, nonostante il sonno profondo in cui molti di noi, forse tutti, eravamo caduti.
La pietra si sciolse in lacrime di fronte alla triste figura di tanti umani persi nel flusso della magica notte degli eterni spiritelli, ma disse risoluta a tutti una sola cosa, prima di tornare a vagare negli intrecci di pensieri senza interesse e senza ascoltatori possibili. "Lasciate che il male non vi inganni, domatelo con la sempicità del vostro spirito comune." Fu in questo modo, ripetendo la formula magica, anziché matematica, che Cin-Ziàh svegliò tutti gli altri, essendo l'unica ad averne capito il senso, da sola, già nel sonno profondo.
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Cin-Ziàh aveva invece imparato molte cose, perfino semplici, tranne l'amore, e tra queste alcuni pensieri ci furono particolarmente utili per superare gli ostacoli della nostra avventura. Il tempo era una risorsa inarrestabile della vita ma nessuno di noi lo aveva capito, tranne Cin-Ziàh, che almeno in quella occasione, per il fatto di avere bisogno che qualcosa accadesse, disse che sarebbe capitato che il tempo fosse proprio quello giusto o quello di poco precedente. Invece Milka, sua amica fidata dai tempi dei primi insegnamenti nelle arti magiche e del kabuki, avrebbe inteso dal maestro l'intero contrario, ossia che il fatto che il tempo fosse quello precedente, era la prova che fosse quello giusto in sé, rispetto al bisogno che accadesse qualcosa.
In effetti il maestro negò di avere mai spiegato qualcosa del genere ad alcuno e di averlo a suo avviso nemmeno sognato ad alta voce durante i raduni post-cardiani, ma il fatto che entrambe concordassero in un pensero comune lo aveva messo in guardia dall'insistere, per il potere che entrambe, una per la sua voce l'altra per la sua semplicità, sapevano scaturire con orgoglio.
La notte era un fluire di discorsi tra le due discepole anche quando le distanze della vita si allungavano, ma Cin-Ziàh non divenne mai una rappresentante della Setta delle Sete seppure ne fosse affascinata. Un suo difetto minimo di pronuncia e il suo amore tradito per gli uomini glielo negavano, giacché la "f.etta delle f.ete.f" non avrebbe mai gradito una donna così.
Il mondo correva sereno dietro ogni luna ed il meriggio riscaldava i cuori ad ogni stagione senza piogge, ma i mostri della distruzione dell'altrui nefandezza abbandonata continuavano a progredire nella ricerca del suolo, impedendo alle discepole di passeggiare ormai fuori da circuiti urbani iper.tecnologici.
Cin-Ziàh e Milka dovettero spesso dividersi ma confrontarsi in ogni caso con luci e numeri, direzioni e percorsi, sempre più innaturali, che solo raramente terminavano in splendidi giardini da cui trarre ispirazioni fugaci.
Durante il viaggio spesso Cin-Ziah approfittò delle esperienze maturate da Milka o forse solo ne seguì le indicazioni canore, conservate opportunamente nei suoi videogrammi sonici, aumentando così le possibilità di riuscita alla ricerca del rimedio alla tragedia planetaria, che stava sconvolgendo gli equilibri del mondo.
Il maestro ci disse ancora una volta, ma con un tono meno rassicurante del solito, di informare qualcuno prima di perdersi.
La prima grande prova avvenne di fronte al castello di Ghisù quando tutti radunati seguimmo la piccola Cin-Ziàh alla ricerca del rimedio necessario. Tutti sapevamo che occorreva soffrire e patire col tempo prove difficili nel mondo degli spiriti, ma nessuno si sarebbe aspettato l'incontro con uno dei più terribili e malefici: Miuu.san.scì.
L'amore per le cose spesso non è quello giusto, ma quello astratto per le persone, che invece sono di carne, è un peccato a cui si dedicava involontariamente Miuu.san.scì, il persecutore di bambini, capace di redimere i migliori solo a patto di rendere le loro menti perverse e masochiste. Miuu era un ragazzo, è vero, ma alcuni dei suoi discorsi sembravano stampati nei secoli passati, soprattutto quando spiegava il danno, a suo avviso, arrecato dal benessere e dal progresso agli umili, che non avrebbero comunque avuto vita migliore in ogni caso diverso, per quanto fosse noto agli uomini.
Gli spiritelli non perseguitavano mai Miuu, che dormiva sempre sogni sereni, purché non molestasse vergini anziane a lui fedeli. Tali vergini anziane erano un gruppo appena diverso dalla Setta delle Sete per il fatto intrinseco di non essere dotate né di un idolo effettivo né di una capacità di aggregare altre oltre sé stesse, ma solitamente al laccio del destino autocommiserante si legavano appunto per amore ad esseri abietti come questo Miuu.
Miuu era fortunato, in vita era un ricco seppure mai avesse lavorato quel tanto da partecipare ad imprese vaghe e vane, come quella della ricerca di un rimedio per Milka, ma la sua fortuna era allo stesso tempo la sciagura peggiore per chi lo incontrasse.
Miuu parlava sempre di sé in seconda persona e spesso questo creava equivoci anche con le compagnie più bonarie ed antiche, ma siccome erano brevi e ripetitive, le sue considerazioni finivano per essere note dal suo inizio ad ogni interlocutore che lo conoscesse da tempo.
Nel castello di Ghisù fummo invece persi a causa della persecuzione di Miuu, a noi prima ignoto, che ci ingannava continuamente e ci stornava dalla meta che era la sala superiore, dove forse avremmo trovato il rimedio per Milka. Nel castello di Ghisù c'erano stanze e scale, quadrati e legni, scuri e pannelli e poco altro, e così ogni angolo era uguale all''altro, seppure l'altezza rispetto alla valle di Po cambiasse continuamente di prospettiva. Ci mettemmo alla ricerca del sacro simbolo della porta di cactus, ma ogni volta che sembravamo raggiungerlo, si allontanava, oppure Miuu interveniva maledicendolo con una tipica formula magica. "Ma vuoi mettere?". Parole semplici, come il legno che ci circondava, ma sufficienti ad impedire alla massa di raggiungere o capire se aveva trovato o meno la sala superiore del castello. Da essa, ci aveva detto Milka prima che partissimo, avremmo trovato l'ingresso del giardino dalle sette meraviglie, dove in una sala preceduta da un fiume tortuoso ma placido, avremmo incontrato l'alto maestro spirituale di Ghisù, che forse possedeva il rimedio o almeno ne aveva conoscenza. "Ma vuoi mettere?" e ci trovavamo su una cima diversa dello stesso castello o in una sala più bassa finché ci arrendemmo definitivamente.
La pietra occhiuta dal naso aguzzo ci salvò ancora una volta dalla totale perdizione a cui ci avrebbe condannato Miuu e così incontrammo una sala speciale, ricca di ori e incensi, di un tappeto di quadri di paglia e tante dame gentili vestite all'antica le cui anime in vita avevano sempre peccato di modestia in amore.
Nell'androne del gran palazzo delle ceneri, un piccolo sacerdote anziano ed uno giovane officiavano per un mare di queste donnine allegre, vestite in modo serafico, per puro dispetto del loro reale mestiere, senza perdonare a nessuna le loro colpe, solo rimandando agli spiriti diabolici il compito di punirle, se questo era dovuto.
In quell'ambiente così oscuro, eppure, erano quelle presenze futili a garantire con le loro vesti e capigliature sontuose una luce maggiore delle fragili candele e dell'inutile rito officiato.
Il sacerdote anziano lo sapeva, ma non era capace di dirlo a tutti, come sarebbe stato suo dovere, e così lasciava che il giovane lo accompagnasse con tutte le sue ipocrisie e false speranze da bambino viziato.
Con la sua semplicità Cin-Ziàh capì cosa dicevano a gesti o forse solo nel cuore, che il giardino era sì magnifico per non dire meraviglioso, ma che il maestro spirituale era morto o meglio sparito portando con sé ed altrove il rimedio da noi cercato. Ne tornammo delusi, come coperti da un cielo grigio senza senso.
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L'oro colava dall'airone di inconcepibile bellezza e precisamente posto nell'atto di spiccare il volo, mentre la terra e il lago cedevano al suo passo alato dinamicamente trasformati nel tetto di un cielo ancor più dorato di quello in cui sarebbe terminata ogni esistenza effimera.
Le pietre ed i laghi, le cataratte ed i pini, tutti giravano intorno ad una spirale invisibile tesa tra gli elementi in cui anche l'aria ed il vento avevano apposto segni di ineluttabile bellezza.
La sapienza di questa nuova meraviglia, nascosta dietro metri di solitudine e neon nella gigantesca valle di Po, era comunque negata a noi umani e solo eteri spiritelli, dal vento e dai riflessi della luce nati, vi si potevano spingere insieme a quelli che increspano la superficie dello specchio del lago.
Noi lo cercammo durante tutto il giorno ma lo trovammo solo alla sera quando oramai le luci erano fioche. Dietro un albero trovammo anche l'orco Driùù che volle seguirci per il resto del viaggio.
L'orco visionario oscuro e rosso si limitava a seguire un capo, magari ringhiando ogni tanto, ma mostrando il suo lato dolce quando, a volte ci si rivolgeva a lui in modo gentile. La sua unica passione erano i videogrammi sonici, che si procurava gugolando di gioia, e spaventando a volte la compagnia, che temeva potesse in ogni caso diventare feroce. Driùù aveva anche una seconda passione, ma era troppo grosso e rosso per poterla esplicare, soprattutto là dove le dame e le spiritelle, ancorchè non malvagie e prone all'inganno, erano necessariamente nane oppure minori.
Fu Driùù a salvarci quella volta nella giungla di luce, quando la sera ci avvolse e credevamo di essere altrove. Solo lui e non le indicazioni di Milka ci fecero tornare sulla grande via dove cercavamo appunto le luci della misericordia, tra le quali, eravamo certi, sarebbe comparso prima o poi il rimedio alla tragedia umana per il quale tanto stavamo faticando. Quella sera, invece, di fronte agli ori spenti dalla luce serale, di fronte agli spiritelli dell'aire e della rugiada che indoravano il lago della meditazione, l'orco era attonito come tutti e, senza sapere perché fossimo arrivati, ci fece sapere solo distrattamente, mostrandoci appunto i videogrammi sonici che aveva realizzato da decenni, che il luogo era vuoto, ormai completamente, privo di quella vita quasi umana, che doveva o poteva secondo le nostre fantasie condurci al rimedio per Milka. D'altra parte Driùù ne soffriva anche lui, inconsapevolmente, e provò vergogna solo quando gli fu spiegato il danno prodotto socialmente dalla massa di peli assassini che, maleodoranti o meno, ricoprivano i corpi degli umani e, a quanto pare, anche degli esseri sovrannaturali. Il padiglione d'oro rimase allora solo un ricordo splendido della sua presenza, mentre, uscendo dal labirinto boscoso in cui era immerso, ammiravamo i giardini di pietre e ghiaia di cui solo la valle di Po dicono sia tanto ricca. "Ma vuoi mettere?" ci urlò all'improvviso Miuu, che ci aveva seguito di nascosto e quella sera ci perdemmo in una strada buia dove accampammo in una rara locanda, a tutti altrimenti sconosciuta.
Dice il maestro che innato è il cerchio se non diventa quadrato.
"Dobbiamo fare presto, sono già le circolari meno un tetto" dice ed altro ancora una strana figura di donna in bicicletta che pedalava lenta, ansante, ma che tuttavia non cercava aiuto né aveva meta diversa del seguire uno spirito o un altro incalzandoli con le sue strane cognizioni del tempo.
Shigomora, questo era il suo nome, aveva cambiato spesso nella vita, ma pur con un marito, continuava a restare da sola, costantemente legata in ansia a quel trabiccolo moderno. "Presto altrimenti lo troviamo chiuso" ci diceva anche a noi che ci trovammo a vagare in bici sudati e felici insieme a lei per le vie squadrate di un lato finora ignoto dell'immensa valle di Po. Sotto alberi felici vi erano animali, uccelli e pianti quasi del tutto naturali, se non per il rapporto così stretto con gli umani estinti che li nutrivano, invece che di loro fare cibarie. Ci trovammo sospinti verso templi immensi dorati e rossi e gigantesche raffigurazioni di divinità eterne, che erano poi presenti nella folla esse stesse. ma più modeste e semplici, come gli spiriti e gli eterni, da cui nulla li distingueva se non un lieve sorriso di soddisfazione, per la folla che li adorava.
Shigo, insomma, ci portava ad un albero o ad una colonna, ad una porta o ad una via, dicendo che avremmo in questo modo trovato il rimedio necessario, ma ogni volta non lo trovava e ci illuse fino a sera a continuare questa corsa senza fine tra le risaie e il muschio, gli abeti e le alci. Shigo non si arrendeva, ma era poi sempre l'ultima, e siccome perdeva la guida ogni volta, ed era lei a riprenderci a fatica, in pratica aumentava la nostra confusione. Driùù arrancava meno degli altri e spesso corse a ricuperarla, quanto meno per capire se avessimo davvero a cambiare direzione tutti, ma forse il rimedio non sapeva dove fosse, e solo ci ammansiva con le sue critiche assurde sul tempo che fuggiva anche là nella valle eterna di Po.
Shigo ci aveva trovato in mattinata, fuori dalla locanda in cui eravamo persi a causa di Miuu, e ci aveva convinti a seguirla, noi ormai disperati dai precedenti insuccessi, dicendo serenamente a tutti "ad ogni rimedio c'è modo di arrivare, ma in fretta o chiude!".
Caldo perenne in pianure spaziose di risaie e muschio, campi non arati di verde continuavano ad essere interrotti da caseggiati bassi pieni di tetti a pagoda, intrecciati gli uni agli altri senza un disegno preciso. Nell'aria piena di moscerini danzanti, che perseguitavano alcuni, v'era una libellula nana che si lasciava attirare dal vento e dai colori preferendo pertanto la maglia di scena di Milka, indossata dalla Setta delle Sete che nel frattempo erano comparse dal nulla o forse da una di quelle figure geometriche, da cui gli spiritelli a volte si lasciavano anche sparire.
Shigomora ci presentò una bambina cicciona che ci prestò una dozzina delle biciclette con cui giocava ormai da qualche secolo, e seppure il maestro se ne fosse innamorato, anche lui ci seguì sperando di rivederla ancora, dopo avere finalmente trovato il rimedio per Milka. Shigo era matta o forse solo disperata, ma ci seguì puntuale o ci condusse, difficile a dirsi veramente, per quelle pagode assurde di legno laccato in oro e per quei cervi pelosi mansueti e cornuti, dicendoci che eravamo ormai quasi arrivati, ma negando poi il tutto dicendo che era tardi fino a quando la sera giunse sincera.
Shigo si perse solo quella volta, forse perché non rinunciava al suo mezzo di locomozione, ma quando tutti tornammo alla locanda scoperta a causa di Miuu l'altra sera, anche lei ci raggiunse in modi misteriosi, aumentando così il numero dei gran ricercatori.
I fiori di susino che volevo mostrare al mio vecchio amico, non si vedono più adesso che è caduta la neve Yamabe no Akahito (730 circa) Manyoshu
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La marcia verso la saggezza fu la parte più difficile, ma ottenemmo grazie ad essa di perpetrare errori ed evitare rivoluzioni del pensiero altrimenti incomparabili. In questo Milka ci fu necessaria anche se la sua voce memorizzata sui nastri sonici di Cin-Ziàh un giorno sparì come era comparsa, prigioniera della sua voce o del suo dramma.
Scoprimmo allora o quella sera che la Setta delle Sete aveva tramato a lungo per trovare da sola ed usare da sola il rimedio necessario, condannando il mondo all'ignoranza ed alla persecuzione dell'olezzosa peluria. La loro scomparsa ogni mattina era sospetta, ma il loro apparire la sera nuovamente ci ingannava e senza le indicazioni di Milka dovemmo continuare il viaggio, conquistandoci una serpe corrente per raggiungere l'altro lato dell'immensa o forse infinita valle di Po.
"In famiglia abbiamo tutti un terzo occhio, perché a vista le cose le capiamo subito. E' per questo che Dio ci ha fatto cechi, altrimenti avremmo visto tutto troppo bene!" Era il motto preferito della pietra nordica, che da quando ci aveva salvato dal sonno infinito e dalle strategie perverse di Miuu era diventata la nostra scorta o forse solo la nostra mascotte. Era davvero piccola e rara, facile a confondersi nella folla, se non fosse per il troppo parlare ed appunto il vagare assurdo e senza meta. Di noi, tutti ci prendevamo cura della nostra piccola pietra occhiuta e soprattutto il Rosso, che tanto fece anche lui, per evitare da quel momento in poi che il sonno ingannevole ci prendesse ancora. Con noi c'era infatti uno gnomo o forse un elfo, rosso in volto, ad ogni modo piccolo, che, come in preda a scosse eletttriche continue, non si stancava mai di giorno e, sembra, nemmeno poi di notte.
Grazie a lui ci svegliammo sette volte prima del tempo e sette ore prima del dovuto, ma questo forse ci salvò la vita, più di una volta, da quegli spiritelli malvagi, che altrimenti avrebbero ucciso il sogno e la speranza di trovare un rimedio. Il Rosso era vispo, seppure solo lui reggesse il gioco di inseguire la pietra per non perderla, giacché lo sguardo ceco di essa ci guardava dentro e soprattutto guardava dentro le cose, prima ancora che le vedessimo. Eppure capitava spesso che ci perdessimo, come avvenne appunto quel giorno stesso nel giardino della pace.
Codesto giardino della pace era una lunga sequenza di spazi, circondati da mura di diverso colore, piccoli ma allo stesso tempo capaci di donare ai presenti l'idea di una natura assolutamente senza limiti, ricca e felice, grazie alla cura di santini e spiritelli servienti, ma soprattutto grazie alla magia delle piante medesime, in molte delle quali si erano reincarnati evidentemente gli animi ed i cuori di fanciulle tradite o di bambine immature.
Un unico ruscello dalle curate anse ed insenature, dal ristagnar in laghetti o ricadere in tante cateratte si nascondeva nel suo fluire attraverso le diverse barriere, mostrandosi ogni volta come nuovo ed inatteso, magico e fluido, come forse le anime dei monaci giovini e degli anziani traditi volevano mostrare nel loro incarnarsi continuamente in esso, all'infinito.
I muri medesimi erano animati non solo dal colore e dal loro contenere inutilmente le meraviglie affatate della natura ma anche dal loro essere alteri e minacciosi con tutti i fori geometrici adatti alle armi invisibili, giammai possedute dalle piante e dall'aria, o per i tetti, aguzzi ed agugliati, che inutilmente proteggevano dalla pioggia quanti dovevano proteggere dai nemici, come forse i soldati traditi o i giovani che ambiscono ad essere un giorno nati per la gloria.
L'aria medesima era riccamente posseduta dalle anime ventose e gelide, in inverno, e da quelle serene e tiepide d'estate, dal precipitare di piogge neglette e dal piombare dell'afa o dell'umido in entrambi i lati della giornata, come se i filosofi anziani, che mai abbiano edotto altri, o quanti furono traditi dalle loro stesse idee o dai loro allievi, stessero combattendo finalmente fisicamente quanto si rifiutarono di vincere in vita. Fu in questo luogo fatato, che all'improvviso ci accorgemmo di lei, Eudetta, la paffuta ninfa maledetta.
Dice il maestro se la pietra resta indietro inseguila e godrai comunque di un giorno intero.
Misteriosamente ci eravamo dimenticati di lei, una nostra compagna, la cui presenza ci fu evidente quando soltanto venne a mancare il suo zaino perennemente inutile e serrato, da cui sembrava trarre solo dolore, soprattutto per il peso immane con cui celava il suo contenuto. All'improvviso Eudetta, che non profferiva parole, disse, dal vuoto spinto dentro il quale si nascondeva al gruppo: "Bastava dire perfavore!". Eppure nessuno era stato volgare o arrogante, fino ad allora, e nessuno, d'altra parte, le aveva mai rivolto la parola. Se non che il fatto di avere perso lo zaino o il macigno che la teneva in terra, l'aveva fatta fluttuare nel vento tiepido di quel giardino magico, senza che altri la potessero aiutare. D'altra parte in cosa consisterebbe altrimenti una maledizione se non appunto in una continua sequenza di tragedie, come l'essere ignorata da un gruppo o l'avere seco un peso inutile ed immane. Eudetta vi si sottometteva supina e tacita senza problema alcuno ma l'essere trascinata via dai problemi filosofici del vento la stizziva ed ecco che comparve la sua voce serena, nonostante il problema che l'avviliva tanto: "Bastava chiedere perfavore!". Naturalmente stupiti dalla presenza di Eudetta, enigmatica e maledetta, paffuta e burlona, grigia nel capo, tinte di rosso le vesti fiorite, ci ritrovammo noi senza parole, anche la pietra occhiuta, che di solito non ci faceva mancare i suoi commenti, e perfino Miuu non osò profferire la sua maledizione arcana, attendendo tutti di ammirare quali altre meraviglie la ninfa avrebbe rivelato al nostro gruppo, che l'aveva ignorata. Aspettammo ore a guardarla, fluttuare e vagare nel giardino in fiore, dalle mure magiche, colorate e placide, ma in nessun modo ascoltammo da lei altre parole né la vedemmo andare altrove se non appunto roteare invano, presa dal vento che ragionava in circolo di chissà quale tema metafisico. Eudetta taceva dopo il suo apparire, vergognandosi quasi della sua palese presenza, e così la lasciammo, dimentichi ognuno tranne Cin-Ziàh che, completati i calcoli infiniti della nostra ultima cena, aveva anche trovato una formula matematica per ritrovare il sacco immane il cui peso teneva Eudetta adesa al gruppo ed alla terra benedetta. Apparve allora come una specie di angelo che si trainava un grande zaino verde, sproporzionato, come le pene del mondo, dal volto coperto da un baschetto inglese, vecchieggiante, ma anche paffuto, che s'era nei fatti aggiunta al gruppo che non la vide davanti alla porta di Scinkà per la quale erano appena in tempo riusciti a passare, per entrare alla valle di Po. Enigma risolto, quando per errore o forse per sfida, pronunciammo la parola "Per Favore" e il gran persecutore che ci aveva seguito anonimo, e che aveva rubato il pesante sacco, quasi fosse uno del gruppo , senza partecipare mai più che tanto fino ad allora, che ci mandava gli spiriti del sonno eterno e che si svegliava anche prima del Rosso per raggiungere i luoghi che avremmo visitato, per farci perdere le tracce del rimedio, smise di perseguitarci con la sua lentezza plateale.
_____________________________________________XI
Il giorno dopo il maestro ci aveva avvertito che avremmo preso navi e treni per solcare i mari della disperazione e giungere al duomo atomico del subconscio. Poco lontano dalla valle del Po, quindi a distanze immani per gli umani, c'era infatti la piccola ed operosa città di Shima, il cui valore eroico era già noto e la cui ferocia era stata placata dalla costruzione di quel sacro duomo atomico di cui ora si faceva vanto. Era là che giungemmo per cercare l'ora e il luogo dell'apparizione del rimedio ai mali del mondo.
Scendemmo lentamente verso la sala della cerimonia situata sotto un cristallo magico e policromo. La curva a spirale si chiudeva su se stessa ma, stranamente al centro, si apriva una sala maggiore dello spazio possibile, al cui centro ancora, cadeva la luce policroma della base del cristallo. Dodici angoli magici in ognuno un sedile legato ad una colonna. Ci salimmo uno o più di uno per seggio, come automi al comando dello spirito vetusto del luogo. Questi seggi si alzarono portandoci a levitare a metà altezza delle colonne stesse e ad osservare in profondo silenzio la magica fusione della luce del cristallo con l'acqua d'orata che sorgeva lieve ma decisa dall'ipogeo.
All'improvviso udimmo rombare un tuono di voci scanzonate, ne rimasi atterrito cercai di fuggire come altri, ma tutti restammo a guardare i colorati ed eterni spiritelli scendere nella sala per la stessa spirale magica e riempirla completamente fino a debordare verso i nostri sedili sospesi.
L'urlo spaventoso che seguì era di Miuu, che negava la tragedia di Milka, per la quale eravamo accorsi in tanti al sabba magico. Secondo lui secoli di pelurie statali non erano affatto comuniste e così disperati osservammo l'oscena danza degli spiriti che trainavano seco un ampio baule d'orato anch'esso e per il resto oscuro, coperto da un tetto a pagoda, sormontato non più da un airone ma da un gallo mistico e irriverente che canzonava, pur essendo in metallo, quanti di noi erano appollaiati là in alto.
Alla fine del rito restammo stupiti e di fronte all'immensa solitudine del duomo atomico, pur conoscendo l'ora dell'apparizione, restammo incapaci di ammirare il rimedio definitivo ai problemi eterni di Milka, per cui dovemmo ritornare, inconsapevolmente flaccidi, come ombre di noi stessi, fino all'ostello fatato della valle del Po. La grande marcia di ritorno, fu estenuante ma sia Eudetta sia la pietra arrivarono fino in fondo e raggiungemmo la meta in modo adeguato, stanchi, ma pronti a rassenerarci tutti, ma proprio tutti, nelle vasche di Diijon, calde e fumanti, color thè verde.
Dice il maestro se giriamo da questa parte vedremo sicuramente meglio, ma io girerò sicuramente dall'altra parte.
La pioggia non ci sorprese visto che era da tempo che dall'alto dell'airone verde avevamo osservato cirri e nembi minacciare la pianura infinita della Hidata per cui unanimi, teste calate per evitare la pioggia acida direttamente sul viso o chissà quale altra magia, ci rivolgemmo al primo tempio per chiedere aiuto.
L'orco, che doveva essere stato biondo, ci accolse radioso, provenendo da un antro lontano, dove era intento a lavori modesti. Il luogo aveva un fascino enorme, seppure piccoli erano tutti gli ambienti che ci faceva vedere, e rimanemmo contenti della sistemazione, per quella notte in cui al gelido freddo aereo fece seguito un tepore incredibile, vista la levità delle coperture in stoffa leggera.
La notte passò tenera ed il giorno successivo incontrammo la fiera desiderata, durante la quale carri dorati e laccati di forme diverse, dal significato incomprensibile, erano noti per l'essere capaci di realizzare sogni e produrre magie soniche, mentre arrancano nella folla o tra i mercanti.
Avremmo dovuto cercare necessariamente nelle botteghe di legno, alle cui porte stracci squadrati ci obbligavano ad un inchino per entrare e in vero ancora per uscire, e tra i mercati cercammo, affannati e sudati, gelati e bagnati, finché ci trovammo di fronte al palazzo d'orato, in cui rischiammo di esser fermati e financo torturati.
Le sale oscure risplendevano dell'oro dei pannelli infiniti, che raccontavano al mondo infinite storie di aironi e tigri, mentre erano vuote di ogni altra vita se non quella rappresentata tra gli ori bizantini alle pareti. Spiritelli eterni e magici sabbah si udivano ad ogni passo sospirare e gracchiare, a seconda della sala cercata, ma nessun altro si muoveva a parte noi e quelle immagini di animali seppure immobili nell'aureo cielo di quel palazzo. Nascosti a tutti o perlomeno al nostro gruppo v'era lo spirito dell'enigma vivente, il gran persecutore, che ancora una volta aveva provato ad inngannarci, ma era stato catturato dagli altri invisibili padroni del palazzo d'orato e da essi evidentemente torturato, come ad ogni passo capivamo, udendo cinguettii innaturali e sospiri angosciati.
Le torture consistevano in due tipi precisi di meccanismi, in uno i corpi o quanti credevano di avere un corpo venivano ammassati sotto pietre millenarie dal significato filosofico, il cui peso, per definizione, avrebbe ucciso in breve tempo ogni mortale, altri invece, soprattutto quanti erano dotati di solo spirito, seppur malvagi, malinconici o noiosi, sarebbero stati torturati direttamente dalla Pertica, un gigante volante, che li avrebbe straziati con le sue battute comiche impreviste e divertentissime e che pervenne così al nostro seguito.
Pertica divenne il compagno più vicino a Cin-Ziàh, mentre gli altri la seguivano, in preda all'eccitazione del previsto non prevedibile, da quando insomma il maestro si era ritirato ed aveva lasciato che noi cercassimo ancora, guidati appunto da chi era maggiormente affetto dalla grande piaga e quindi maggiormente bisognoso di un rimedio.
Pertica in qualche modo invidiava Cin-Ziàh per le sue incredibili capacità matematiche associate alla grande ingenua semplicità, mentre lui per trovare le battute comiche, capaci di freddare chiunque all'istante ci metteva in realtà molto tempo ed esse nascevano da un grande lavoro interiore, che gli aveva preso appunto tutti quanti i millenni della sua vita. Pertica ammirava Cin-Ziàh ma non l'amava, nonostante lei ne soffrisse visibilmente, essendo le sue battute le uniche che l'avessero fatta ridere ormai da tanto, tantissimo tempo.
La tortura della presenza di Pertica fu la minore di tante altre, ma il nostro gruppo riusciva a sopravvivere dividendo la ferocia delle sue freddure in tante fette, quante eravamo ormai tutti noi e pronunciando il rito magico "Giù Nana Mai!" Con il quale evitavamo anche le nefandezze di Miuu.
________________________________________XIII
Le luci di Brattah erano tante e in fila, alcune bianche forti e gialle altre in verticale come colonne fatte da punti rossi, in prevalenza ma anche blu verdi o gialli secondo linee di nonsenso nelle quali perdemmo quasi il buon senso. Erano appunto il mare luminoso della consapevolezza e le luci della disperazione, tutte ammirate da Miuu, che pure ne criticava il significato intrinseco, mentre la pietra nordica le leggeva, una ad una, narrando ad ulteriori nostri compagni immaginari, le storie che sarebbero occorse se avessimo scalato uno di quei palazzi durante il giorno pieno.
Anche a Brattah, che era una valle o forse un mondo completamente diverso dalla valle di Po, dove oramai disperavamo di trovare il rimedio per Milka, esistevano riti e magie secolari e polli d'oro il cui malessere ed ogni maldicenza era condotto in spalla dagli spiriti del luogo. Eravamo al centro di un viale luminoso di Brattah quando l'enorme folla questa volta ci invase tutta, battendo ritmicamente le mani in festa, sempre più velocemente. Ogni spiritello si ubriacava di fronte ad uno scrigno d'oro che essi stessi muovevano in ogni direzione senza motivo. Ce ne liberammo grazie ad un passaggio segreto, ma rimanemmo accecati dalle grandi lampade, dal corno d'oro e dalla folla che ancora rumoreggiava senza sosta. Cechi e senza meta, avendo perso i videogrammi sonici di Milka, rubati appunto dalla Setta delle Sete e non avendo Cin-Ziàh trovato in tempo una formula matematica per trovare la via, restammo sorpresi quando Driùù come già detto, iniziò ad annusare la via esatta per condurci al centro della città elettrica.
Le folle ordinate che sciamavano ci guardavano silenziose e ci sorridevano anche dietro le loro bardature incomprensibili. Lungo i canali sotterranei, che Driùù inseguiva appunto annusando l'aria, eravamo interrotti dal fluire di questi eserciti neri ed oscuri, silenziosi e mascherati, giovani e anziani, oppure femminili ma infantili seppure adornati con gonne e calze da pornodiva. Questi canali e flussi sotterranei sembravano infiniti, ma essendo Driùù l'unico capace di sentire una traccia in mezzo a tanta confusione, lo seguimmo tutti attoniti e timorosi di essere trascinati via per errore da uno di questi eserciti compunti.
Arrivammo alla fine alla città elettrica, quando era giorno pieno, eppure nelle sue sale e nei palazzi giochi infiniti e rumori metallici, oltre la comprensione dell'umano, erano evidentemente senza tempo, così come gli spiriti eterni condannati a rimaner nel tempo congelati dentro ovuli isterici o collegati a macchine rumorose e luccicanti.
In questo ambiente magico finirono intrappolate tutte le fate isteriche e la Setta delle Sete, al gran completo. C'era la luce fosforescente, che si alternava a lame e riquadri nati dal sole, oppure completamente illuminati. Da ogni dove la luce colorava con tonalità acida le vesti, anche le più semplici, ma le Ziàh invece restavano opache, maledette dalla loro superstizione nei confronti di Milka, che non avrebbero mai dovuto tradire, cercando solo per sé il rimedio necessario. Ritrovammo per caso là, perse nella folla luminosa e nella follia rumorosa i videogrammi sonici derubati, e li ascoltammo per l'ultima volta sperando di trovare tracce evidenti e differenti, per cercare almeno nella città infinita di Brattah quel rimedio all'immonda peluria corporale. La città elettrica ci sconvolse ma non potemmo più farvi ritorno e la perdemmo, anch'essa, nel sogno.
Diceva il maestro che si devono contare sempre i propri polli prima di andare avanti.
Quando nel nostro vagare alla ricerca del rimedio sperammo davvero di averlo trovato, la Setta delle Sete ci aveva tradito, ingannate nel tempo e nel sonno, sfruttando Shingo e l'innocenza di Cin-Ziah erano arrivate prima di noi nel nuovo castello d'orato come nella città elettrica, laddove, nelle sale affatate, la luce rivelatrice degli animi puri le aveva intrappolate per sempre e da allora non ne avemmo più notizie, se non l'ultima alba, quella del perdono, quando avremmo trovato il rimedio necessario, e lasciato finalmente il mondo degli spiriti.
La ninfa Lesya detta la giovane Yuttiko era una bimba molto precoce ma sessualmente già attiva, che lavorava nel quartiere di Sulpicio! Pur essendo invecchiata nel cuore era ancora abbastanza innocente da diventare preda del feroce Miuu, che la isolò dal gruppo e la rapì per giorni e notti intere. Eppure era sempre lei a ritrovarci ed a costringerci alla pericolosa presenza della maledizione semplice del "Ma vuoi mettere!" per la quale anche a Brattah ci perdevamo con maggiore facilità nella vana speranza che le notti elettriche di luci e di colonne fosforescenti ci donassero il rimedio necessario.
Yuttiko fu la guida del viaggio disperso verso il tempio di Kkon e del lago senza fondo, di cui era senz'altro la maggiore esperta, grazie al sorriso semplice, con cui faceva tacere anche Pertica, pronto a profferire le sue freddure maliziose.
Il viaggio fu disperso perchè ancora una volta, per l'ultima volta, nonostante la guida al rovescio di Shigo, la lentezza plateale di Eudetta, le maledizioni di Miuu, le torture comiche di Pertica, le parole senza senso della pietra nordica, le indicazioni sonore di Milka, i saggi consigli del maestro Iemoto, il fiuto ed i gugolii di Driùù, la veglia epilettica del Rosso, la semplicità matematica di Cin-Ziàh, l'assenza strategica della Setta delle Sete, e l'amore tradito di alcuni di noi, perché dal fondo del lago infinito ci trovammo a lottare con il Pesce Bolla, specie velenosa come nessuna mai e pericolosa soprattutto per le sue affermazioni decisive e senza senso.
___________________________________XV
Il piacere di un lago immenso e senza fondo, fu quello che ci godemmo durante un giorno intero, grazie allo splendore del sole, che ci ritemprava, nonostante fossimo ben lontani dall'avere trovato il rimedio per cui eravamo partiti. Fu allora che il ragioniere, che era sempre stato al fianco di Cin-Ziàh, si fece avanti invitandola ad una passeggiata romantica. V'era sul lago una serie enorme di barche animate che accoglievano con un sorriso spiritelli ed eterni, viandanti e stregoni per scortarli da un lato all'altro di quel lago. Il ragioniere, che sempre dava ragione a tutti, ed in particolare a Cin-Ziàh, di cui era profondamente innamorato, seppure lei gli preferisse il Pertica, non seppe trattenersi dal rivelare le sue intenzioni, che erano del tutto fuori dei calcoli matematici di ognuno di noi.
Ognuno di noi aveva cercato di restare anonimo durante il viaggio ed in silenzio, soprattutto durante il corteo di magi a cui chiedere avviso lì al tempio di Kkon. Il ragioniere sperava che nel silenzio del bosco, profumato da Cedri immensi a cui Yuttiko ci aveva condotti, o nella valle dei Tigli in cui eravamo arrivati per davvero, nonostante fossimo sempre a Brattah, ognuno di noi, con il suo silenzio riuscisse ad ottenere dai magi dorati, cavalcanti maschere diaboliche o segni di zodiaci animali, o che gli stendardi fatati, in qualche modo ci indicassero la via del rimedio o solo quella dell'amore che il ragioniere provava per Cin-Ziàh.
Ecco che il ragioniere come ognuno di noi non seppe trattenersi di fronte alla pagoda rossa dal dire quel che pensava a Cin-Ziàh, che l'avrebbe comunque rifiutato, ma fu nel dire parole con un senso che ebbe l'effetto di fare tacere la rara musica rivelatrice, dalla quale si sperava giungesse l'ispirazione per trovare il rimedio ai mali di Milka. Il corteo dei magi continuò ossessivo ed infinito, silenzioso e funereo per diverse altre ore, mentre noi zittiti dal nostro errore evidente soffrimmo silenziosamente.
Il lago dove giungemmo poi, era profondo ed oscuro, circondato da Cedri e da Tigli, ma il suo contenuto era ignoto ad ognuno di noi, che sperava trovare in tesoro quel rimedio da tutti bramato. Il corteo dei magi terminava, le rare barche animate furono tirate a riva, la pagoda venne dimenticata da tutti al centro della foresta di Kkon, i viali dei Tigli rimasero vuoti e soli, e disperati ci ritrovammo divisi, in silenzio, di fronte al grande lago senza fondo.
Disse sempre il maestro: non sempre avere due posti è meglio di averne uno solamente.
Fu da esso, a causa delle parole con un senso pronunciate dal ragioniere alla sorda e disamorata Cin-Ziàh, che vedemmo sorgere un pesce parlante con due grandi occhi a palla. I suoi discorsi erano, ovviamente imbarazzanti, quando pure si provasse loro a dare un senso, oppure assurdi, quando si smetteva di ascoltarli, ma la sua presenza ci travolse davanti quel lago dove speravamo di trovare, invece, quel rimedio tanto necessario.
Il Pesce Bolla divorò Yuttiko, ma ben presto ella venne liberata, quando il Pesce Bolla medesimo iniziò a volare alto tra i cieli di Brattah, dove lo conducemmo nonostante tutto, dato che si legava con le sue bave e i suoi barbigli ad ognuno del gruppo, che pure lo fuggiva temendo la medesima sorte della sfortunata ed innamorata ninfa. Capimmo allora che il Pesce Bolla era la risposta al nostro problema o meglio che la sua maledizione era quella di togliere senso al buon senso e proprio con questo metodo esso poteva condurci alla soluzione finale del nostro percorso, che non poteva avere buon esisto proprio perché aveva in sé una ragione logica, perfino matematica, inaccettabile quindi nel mondo degli spiriti.
Nel nostro camminare ci eravamo sempre messi a cercare qualcosa e proprio per questo ci eravamo persi.
La musica di Milka ci aveva condotti ad una lunga serie di porte di fuoco, le cui maledizioni erano scritte, da cui scalammo il monte più alto della valle di Po, fino all'ostello disperso, dove nel thè verde di Diijon che stavolta bevemmo e mangiammo, speravamo di leggere infine il nascondiglio di cotanto rimedio.
Miuu ci aveva fatto credere di essere persi di fronte alla gigantesca porta di fuoco nel mare della maledizione, vicino al duomo atomico di Shima, che attraversammo in ogni modo sperando di ammirare lo spettacolo augurale dei monaci artistici di cui ci avevano tanto parlato.
Cin-Ziàh alla fine della lunga marcia della meditazione ci aveva fatto arrendere di fronte alla porta legnosa del viale filosofico a meditare ogni nostra futura esistenza.
La Setta delle Sete ci aveva fatto dubitare di noi stessi di fronte alle porte enigmatiche nei giardini di ghiaia della valle di Po.
Shigo ci aveva stupito trovando in bicicletta la porta immensa, in tempo proprio per non trovare il rimedio cercato.
La pietra nordica l'aveva vista prima di noi una volta, ma ovviamente non aveva saputo indicarcela, se non con una serie infinita di parole senza senso.
Yuttiko ci aveva ammaliati questa volta davanti una porta dorata e laccata che saliva nel cielo di Brattah in mezzo ad alberi secolari al tempio di Kkon.
Perfino Driùù ci aveva provato in realtà a farci trovare il rimedio, gongolando e spaventandoci quando ne sentiva l'odore.
L'enigma vivente ovvero Eudetta, forse lo avevano trovato, mentre tutti la ignoravamo o da esso fuggivamo.
Il Rosso affermò di esservi giunto nella città elettrica e che per questo in quel luogo vi era stato coscritto curando le sue epilessie, ma non aveva trovato modo di portarlo via, giacché si era per la prima volta addormentato.
Il maestro Iemoto divenne folle e si perse di fronte al corteo dei magi ed inseguì una bambina cicciona vestita da pornodiva, invece che la direzione data da uno degli stendardi dei cavalieri erranti.
Il Pertica un paio di volte disse che nelle sue freddure, alle quali resistevamo a fatica, aveva rivelato il luogo del rimedio, che lui vedeva, essendo il più alto, soprattutto quando lo si riprendeva in fotogrammi sonici, grazie ai quali lui dalla gioia si sentiva volare alto nei cieli di Brattah.
Il ragioniere dava ragione ad ognuno di noi, ma in realtà si perdeva di fronte al numero immenso di piatti che si ergevano come colonne dopo ogni cena, e spesso si chiedeva cos'altro lo trattenesse in quel luogo se non l'amore semplice per una donna troppo semplice.
Il Pesce Bolla, allora ed infine, ci costrinse ancora a giri tortuosi dentro la città luminosa di Brattah e volle ritornare a controllare con noi ogni remoto angolo della valle di Po, come se la cosa avesse un senso, finché stanchi della sua maledizione noi lo ingannammo portandolo semplicemente altrove.
______________________________________XVII
La nave del tesoro, con cui salpammo per il monte Fucchio non era certo delle più moderne, ma con i suoi colori accesi e le sue dorature smargiasse speravamo davvero fosse gradita al dio del fuoco. Salimmo in barca verso lidi oscuri, guardando in faccia il monte Fucchio da cui speravamo infine di trovare indizi per trovare il rimedio necessario a lenire le pelurie eccessive del mondo. Volare in barca e planare su fuochi vermigli di zolfanelli e radon fu inutile, ovviamente, perché ancora non avevamo capito che nel non senso e non nella buona e matematica ragione avremmo ritrovato quel rimedio.
Sperammo perfino che sul lago fatato il Pesce Bolla ci lasciasse, tuffandosi nel profondo di un luogo differente, ma esso ci continuava a perseguitare con le sue ragioni inesistenti, tenendosi legato coi barbigli anche mentre volava a mezza aria.
Fu così che capimmo che non aveva senso continuare, avendo terminato il tempo a noi concesso per la visita del mondo degli spiritelli e degli eterni e, mentre ritornavamo mogi alla porta di Shinkà, per tornare a Begghìn dove tutto era iniziato, ci guardammo in viso, per la prima volta stanchi ed umani e ci rendemmo conto di avere fatto qualcosa di meraviglioso, ma privo assolutamente di ogni senso. Rigurardando i fotogrammi visionari di Driùù capimmo che il tempo era stato perso inutilmente mentre avremmo potuto fare altro, altrove.
Il maestro non aveva più nulla da dire ed eravamo tutti troppo stanchi, mentre attraversavamo la porta di Shinkà, finché tornati a Begghìn nello stesso momento o forse prima di quando ci eravamo allontanati dal mondo degli umani, guardando tra gli spiriti e gli eterni quei nostri compagni senza senso, ricomponendo i nomi delle loro maledizioni a Cin-Ziàh venne in mente finalmente la parola magica "Ceretta!" e il miracolo avvenne.
Il Pesce Bolla divenne una sirena, Shigomora riacquistò l'uso delle gambe, Yuttiko si liberò del feroce Miuu, che divenne povero ed umile, la Setta delle Sete ricomparve e si pentì del suo lungo tradire, il ragioniere smise per sempre di amare, il Rosso divenne finalmente bianco, Pertica scese dalla sua altezza, e Driùù divenne il principe di Koirèa. Il maestro Iemoto rinunciò alla sua scuola, Cin-Ziàh smise di contare ed iniziò ad amare, Eudetta comparve di nuovo a tutti nei suoi colori vecchieggianti e rossi perché si era liberato per sempre del sacco immane dei suoi dolori. Solo la pietra nordica rimase uguale a sé stessa e si perse nuovamente, ma finalmente e grazie a lei trovammo il rimedio, nell'ultimo bancone, dietro l'uscita del suk, che portava finalmente verso casa e Milka grazie alla nostra "Ceretta!" potè liberare il mondo dai suoi mali pelosi e guadagnarsi un posto nella storia maggiore di quello del gran faraone.
FINE
La strega maligna
Manlio Converti
